Pubblicità interne #5

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Ok, questa era una pubblicità esterna ma il discorso è lo stesso

Chiedo venia ai miei venticinque lettori per la recente latitanza. Non scrivo un pezzo nuovo dallo scorso dicembre e merito quindi di essere fustigato sadicamente da Madame Brutal. A differenza di quella macchina da guerra di Lucius Etruscus, che porta avanti numerosi blog con caparbietà teutonica, a volte faccio un po’ fatica a conciliare questo umile spazio con la mia creatura principale. Ma ciancio alle bande e torniamo in pista con un’altra puntata della rubrica dedicata alle pubblicità interne situazioniste contenute nei nostri adorati fumettacci…

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Questa era una serie abbastanza agghiacciante, commediaccia squallida e mai divertente, nemmeno in maniera involontaria, disegnata da un Sub-Montanari. Un paio di momenti mindfuck che non ti lasciano con la sensazione di aver perso totalmente il tuo tempo c’erano ma molto, molto al di sotto del minimo sindacale. Ne avevo parlato su Fumetti Etruschi tempo fa, se proprio siete curiosi.

La più creativa nel settore delle pubblicità interne era sempre la Edifumetto. Barbieri era lo yang e Cavedon era lo yin. Di che stiamo parlando, signori:

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Qua si cita Hemingway, attenzione

La creatività verbale di Renzo Barbieri, o di chi per lui, nel creare slogan sempre ficcanti e indimenticabili, con un lessico tra il giovanilistico velleitario e il trucido puro e semplice, era incomparabile.

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Era ancora un fumetto softcore Playcolt, alter ego dello stesso Barbieri e rip-off del suo Goldrake (il primo personaggio creato dal vulcanico editore milanese, poi lasciato all’un tempo socio jazzista Giorgio Cavedon ai tempi di una separazione che diventò concorrenza benefica per gli standard qualitativi del fumetto sexy italiano, almeno fino agli anni ’80). La ricerca di stimoli per l’intrattenimento solipsistico che animava molti acquirenti (siamo sicuri, però, che in molti li leggessero soprattutto per le storie) veniva comunque evocata spesso, diventando sempre più esplicita nel decennio di Craxi e della Milano da bere. Macho, come ricorderete, veniva reclamizzato come “un fumetto da sega”. Il Falchetto, da questo punto di vista, non aveva lo stesso stile dello Squalo, diciamolo.

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Con gli anni ’90, quando ormai era tutto scaduto nel porno più terra terra, nel faticoso e vano tentativo di resistere all’avvento del Vhs (perché il fumetto erotico tascabile è morto anche quando ha smesso di creare personaggi e storie appassionanti, c’era tantissima gente, donne incluse, che leggevano Zora e Lucifera perché erano semplicemente fumetti godibilissimi), gli albi iniziarono a sfoggiare sulle copertine non più i meravigliosi dipinti di maestri come Taglietti e Biffignandi ma foto di donne nude random. In compenso, i titoli erano sempre meravigliosi. (Ciccio Russo)

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Una risposta a Pubblicità interne #5

  1. szock ha detto:

    Jackie Treehorn, proprio negli anni novanta: “Sì, hai colto nel segno. Lo standard dell’intrattenimento per adulti è crollato. Stiamo parlando di video.”

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