BATTY & GAY: La banda dei papponi (1981)

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Copertina di Gianni Pinaglia

Non avevo mai letto nemmeno un numero di Batty & Gay. Date le premesse, mi incuriosiva tantissimo. La mitologica Tippy la hostess, venuta a conoscenza della mia grave lacuna culturale, ha provveduto a colmarla pubblicando sul suo meravigliosissimo blog la scansione del primo numero La banda dei papponi. Come non recensirlo dopo un pensiero così carino?

Siamo a Cotton Town, Georgia, e facciamo conoscenza di Dolly Clyde detta Batty, “quella che chiava da matti“, ingenua e adorabilmente svampita come certi personaggi della famosissima attrice alla quale, secondo la consolidata tradizione Edifumetto, era ispirata: Marilyn Monroe. Già. L’attrice più iconica della storia del cinema al servizio di una  serie marginale e incompresa. C’è del situazionismo in tutto questo.

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Batty rifiuta l’avance perché ha appena trovato “un lavoro serioso in una ditta seriosa“: la Magic Profilattici, il cui boss, il signor Kazzinger (siamo nell’81, Benedetto non c’entra nulla) pretende però che la ragazza testi i suoi prodotti su di lui senza extra in busta paga. Batty si sente profondamente offesa nella sua professionalità:

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C’è una sola carriera dignitosa per una donna ed è quella che si fa tra un paio di lenzuola“, la redarguisce la nonna Bernarda, anch’ella ex peripatetica. Perché Batty è “figlia e nipote di battone fino alla settima generazione“. Nel ‘700 la sua quadrisnonna francese Pompinette era già nota in tutta la Georgia con il nomignolo di “Bocchino D’Oro”, la sua prozia Ifigonia era stata la maitresse del primo casino della città, sua madre buonanima “la partorì tra un cliente e l’altro per non perder tempo“. Le tradizioni vanno rispettate, che diamine. La nostra amica, però, è riottosa e si fa circuire da due loschi individui che le fanno credere di essere produttori cinematografici che vogliono lanciarla a Hollywood. Ovviamente grazie alla cronaca nera sappiamo come funzionano queste cose: i loschi individui sono due papponi che, giunti a Los Angeles, sbattono in strada Batty, non più libera professionista. La prima sera, a causa di un paio di incidenti slapstick, non guadagna nulla e i due papponi la menano. Ma interviene a difenderla una sconosciuta. O sconosciuto?

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Il salvatore di Batty la porta a casa e si presenta: Bruce Reed detto Gay professione beccausei. Gay sconfiggerà la banda del titolo seducendo gli scagnozzi dei magnaccia e poi stendendoli a colpi di karate, arte appresa quando lavorava alla Cia, dalla quale è stato “sbattuto fuori perché insidiava gli spioni”. Nasce un sodalizio che proseguirà in nuove emozionanti avventure…

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La trama è esile ma divertente. L’esimio lettore Luca Bergamasco, quando pubblicai la scansione sulla pagina facebook, lo trovò meno trucido del previsto e con qualcosa di Alan Ford. È vero. Basti pensare a certi giochi verbali, come l’ospedale “Squartabene” dove spadroneggia il “dottor Spaccaossi”, che potrebbero essere davvero usciti dalla penna di Max Bunker. L’hard c’è ma è moderato e strettamente legato alle gag, senza offrire troppo al lettore in cerca di, diciamo, ispirazione. Forse anche per questo Batty & Gay durò così poco: appena 12 numeri. I disegni, gradevoli e adatti ai toni grotteschi della vicenda, sono di Gianni Pinaglia, autore anche delle copertine (Ciccio Russo).

Titoli di coda:

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