PLAYCOLT: Mandracca la gran vacca (1974)

playcolt_mandracca

Così come Zora fu la risposta della Edifumetto a Jacula, Playcolt fu la risposta a Goldrake che, nel 1966, fu la prima creatura di Renzo Barbieri, poi lasciata in eredità alla Ediperiodici di Cavedon una volta rotto il sodalizio con il socio jazzista. A differenza del predecessore, non è uno spietato agente della CIA ma un playboy miliardario che, quando si annoia troppo, si trasforma in giustiziere e raddrizzatore di torti. Ispirato nelle fattezze ad Alain Delon (infatti si chiama Alain Velon, nel caso i lettori più sempliciotti non avessero colto) possiede – oltre a un sottomarino privato battezzato, chissà perché, “Scoposotto”- un’isola personale a forma di squalo (il simbolo della casa editrice) a tre chilometri da New York e deve la sua fortuna a un impero editoriale personale, cosa che la Edifumetto non era lontanissima dall’essere, se pensiamo che a fine anni ’70 pubblicava almeno un albo al giorno. Questo anche per ribadire quanto la qualità media di questi albi vada anche valutata tenendo presente i frenetici tempi di realizzazione.

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La beneficenza nell’universo parallelo Edifumetto

Il nostro eroe (che, a dirla tutta, è simpatico come un attacco di diarrea durante un amplesso) si reca a un’asta di beneficenza dove si esibisce la celebre illusionista Mandracca la quale, addobbata come Mandrake ma con le tette al vento, ipnotizza alcuni tra gli astanti più facoltosi e li costringe a donarle gioie e contanti. Si impossessa anche del portafogli di Alain, che abbandona la sua amichetta di turno per cercare di recuperarlo e si ricorda di aver già incontrato Mandracca vari numeri prima, quando aveva tentato di “segarlo dentro a una bara” (così racconta lui, quell’episodio non lo ho letto). Per vendicarsi, una volta irrotto in casa di Mandracca, la stupra.

bottarellaIl copione si ripeterà anche negli altri sei numeri dove la villainess riapparirà, riuscendo sempre a sfuggire alla giustizia ma mai all’inesorabile violenza carnale di Playcolt. Le femministe non si preoccupino, però, il bruto viene subito dopo ipnotizzato e torturato orribilmente con una sorta di aspirapolvere chiodata che gli scortica la schiena. In virtù di una di quelle botte di culo che capitano solo nei fumetti erotici italiani, salta la corrente e Playcolt fugge. Mandracca si traveste da infermiera e lo raggiunge in ospedale per ucciderlo. Finisce che la stupra un’altra volta (le scene di sesso, dati i tempi, sono solo suggerite ma il contesto, a partire dai dialoghi, le rende più crude della media dell’epoca). Arriva un’infermiera vera, Mandracca la accoltella e fugge, Playcolt si rimette lo smoking e si getta all’inseguimento. Finché non incoccia una tizia nuda addormentata per terra, che quando si sveglia ha subito voglia di una sostanziosa colazione:

chiavvami

perché con due “v”?

Ma non era una vera donna, bensì un’illusione della perfida Mandracca, che lascia il nostro eroe con un palmo di naso nonché con la coscienza di aver rischiato di scoparsi una capra:

playcolt_capra

Mandracca svanisce nel nulla, in attesa di dare il meglio di sé nella successiva A Disneyland ride la morte, dove scaglierà contro Playcolt sicarie vestite da Cappuccetto Rosso e Biancaneve. Anche qua siamo al metafumetto di alto livello. Addirittura in alcuni episodi i personaggi leggono testate Edifumetto nei momenti di relax, tra cui proprio Biancaneve.

Playcolt esordì nel ’72 e durò sette anni e 128 numeri. I disegni di questo albo sono opera dello studio di Giuseppe Montanari, che si occupò inoltre di Lando, prima di diventare una delle colonne di Dylan Dog in duo con Ernesto Grassani. Non vorrei sbagliarmi, ma la copertina dovrebbe essere di Alessandro Biffignandi (Ciccio Russo).

Titoli di coda:

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